'Senza filtro': gioventù, amore e rap

Scenari spettrali e discoteche demenziali in questo film ribelle dove convivono le utopie dell'adolescenza e i legami famigliari.
(di Mario Sesti)

Oh mamma, voglio anch'io la fidanzata: nonostante il ritmo slogato e barricadero, strafottente e videcolippista, Senza filtro, il film con gli Articolo 31, in uscita il 31 (!!) agosto (di cui Kwcinema vi offre in anteprima esclusiva le immagini del backstage), avrebbe potuto tranquillamente, prendere in prestito per il titolo, un po' provocatoriamente, il famoso leitmotiv di Natalino Otto che hanno riportato in vita un paio d'estate fa campionandolo in un loro hit di grande successo. Nico e Ray (J.Ax e D.J.Jad: ovvero gli Articolo 31), si muovono in una tipica prateria suburbana fatta di piazzali spettrali, notturni lattiginosi, semafori deserti e discoteche demenziali dove vive una fauna postmetropolitana che combatte a colpi di allegria e isteria, una vita piena di frustrazioni, ma nell'interno della loro vita famigliare troviamo sogni e bisogni di sempre: una madre delusa e appassita, la gelosia protettiva per una sorella minore e la promessa di un'avventura. L'amicizia stroncata, l'autodistruzione della tossicodipendenza, una rabbia sorda ed endemica, i temi più forti e immortali della ribellione generazionale e della musica giovanile, convivono con un senso molto forte dei legami famigliari e l'utopia adolescenziale di un incontro sentimentale fatale e liberatorio. Qualcosa che, in forme diverse, ma sempre rivelatrici, riappare in continuazione nel nostro cinema quando forme e corpi musicali emergenti incontrano il grande schermo.

Da Modugno a Nino D'Angelo, da Celentano a Ligabue
Domenico Modugno, l'unico cantante di fama ad essersi diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia, fece più di trenta film (lavorando con registi come Eduardo De Filippo o Pasolini), Gianni Morandi e Nino D'Angelo ne fecero più di 10. Pur lasciando da parte il fenomeno Celentano, al quale il box office italiano degli anni Settanta deve straordinari dividendi anche se non straordinari film, il reclutamento sul set di personalità emergenti del mondo della musica popolare, nell'industria cinematografica italiana, non è affato una rarità. Prima che l'hip hop germogliasse nelle periferie tra cassonetti, graffiti su cemento e profilati d'alluminio, il cinema italiano è stato fatto anche dai pantaloni a tubo, la lambretta dietro l'angolo e un sorriso da dentifricio Durbans di Gianni Morandi che, nei film musicali di Ettore Fizzarotti (da In ginocchio da te a Mi vedrai tornare) è il fidanzato dell' Italia del boom, frutto di sana alimentazione e del sogno di un futuro e illimitato benessere. Prima, assai prima, che gli Articolo 31 si dessero al cinema, Natalino Otto era stato ingaggiato negli anni '50 da Riccardo Freda come protagonista di Tutta la città canta. E quanti, tra i detrattori delle inquadrature "radiofoniche" dei film di Mariano Laurenti in cui campeggiava lo scugnizzo Nino D'Angelo in "jeans e maglietta", avrebbero potuto immaginare che il cinema italiano più recente, grazie a una regista un po' spericolata come Roberta Torre, l'avrebbe trasformato in una icona pop? Ligabue è stato finora l'unico autore proveniente dalla musica a usare il cinema non come recipiente di un corpo (molleggiato, swing, menestrello elettrico: da Modugno a Celentano, appunto) ma come strumento per prolungare la propria voce nel racconto delle immagini. L'Hip Hop con la sua voce frantumata, rabbiosa, torrenziale sembra invece fatto apposta per far ammassare caoticamente sillabe e inquadrature, aritmie visive e sonore, di un mondo che assomiglia ad un brutto effetto speciale e in cui è insensato cercare una retta via o una ragione, ma non una fidanzata.

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